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DAVIDE DRUTTO: IL PIU’ GRANDE MARCATORE DELLA STORIA DEL ROSMINI

dsc_9409Davide Drutto nasce a Premosello nel 1966 ed inizia a giocare tardissimo: a 15 anni fa il suo primo allenamento al Rosmini, siamo nel 1981, e da li non smetterà più di segnare.

Chiude la sua carriera quasi tutta domese (una brevissima esperienza a Verbania lo porterà lontano dal Collegio) dopo la stagione in serie D con “Billo” Gabutti in panchina, per poi riprendere ed abbandonare definitivamente la palestra nel 1996.

Per tutti noi “ragazzi” degli anni Settanta Drutto era un idolo: sicuramente uno dei più grandi marcatori del Basket Rosmini ed uno dei talenti offensivi più evidenti.

Si è prestato volentieri a raccontare qualcosa della sua esperienza.

Quando hai cominciato a giocare e perché ?

“Da piccolo, come quasi tutti, ho provato a giocare a calcio, ma non ero proprio capace quindi l’ho mollato in fretta. Alle medie ci ho provato sia con la pallavolo che con il basket che ho poi continuato nonostante per un bel pezzo al campetto mi scegliessero per ultimo.

Si giocava da padre Michelangelo, fondo asfaltato che distruggeva i palloni in una settimana. Per fortuna c’era “Fonzie” che era più grande e già lavorava e che quindi comprava le retine (erano rarissime) e i palloni in pelle che sostituivano i nostri classici gommoni tricolori. 

Credo di essere andato al primo allenamento al Rosmini intorno ai quindici anni, non proprio presto, e la stagione era già iniziata. Mi hanno piazzato con quelli più grandi di due anni il che voleva dire giocare pochissimo. Poi le cose sono cambiate, ho iniziato a giocare di più e per vendetta non la passavo mai.

Mi permetto una parentesi per raccontare il mio primo tiro a canestro in una “partita” vera: palestra delle Kennedy, quinta elementare, sparo da lontano (o almeno mi sembrava lontano) e la palla rimane incastrata tra ferro e tabellone. Mica male come inizio!”.

Chi è stato il tuo primo allenatore?

Moreno Nicoloso, il primo allenamento vero l’ho fatto con lui. Allora la prima squadra era in promozione Pisenti, Fantoni, Mariola, Sarain per citare alcuni “senatori” ed altri giovani come Massimo Scarlatti, Orazio Bendini, Luca Arrigoni”

 Ti ricordi qualcuno dei giocatori del Rosmini che per“voi bocia” era un esempio?

“Ero tifoso di Varese: c’era Bob Morse ed ero ossessionato dal suo stile di tiro quindi guardavo i tiratori e mi piaceva un sacco Bendini che aveva una meccanica impeccabile. Poi chi schiacciava era automaticamente un idolo quindi Scarlatti era a quei tempi il top, con lui non c’era confronto”.

E nelle giovanili ricordi qualche compagno?

“Ne ricordo parecchi che incontro anche adesso in Domo, qualcuno invece piuttosto lontanamente. Tra tutti voglio ricordare Gianluca Comaita, uno che il basket lo amava davvero tanto e che voleva diventare il più forte di tutti. Andava ad allenarsi da solo tutti i giorni al campetto e l’ho visto tirare sotto la pioggia, con il k-way ed il cappuccio sulla testa. Ricordo una volta, quando ormai camminava con le stampelle ed era chiaro che non avrebbe mai più giocato, nell’intervallo di una partita mi ha detto <<Avessimo potuto giocare insieme avremmo fatto una coppia che spaccava il culo>>. E’ mancato di lì a poco, credo non avesse nemmeno 18 anni, pazzesco”. 

ford-negri-rosmini-1979L’allenatore con cui hai giocato di più è stato senza dubbio Rabbolini… cosa mi dici di lui?

“Pippo almeno nelle giovanili non doveva essere amico di nessuno, ma solo insegnare: c’era quindi più distacco e si percepiva più autorità. Allenamenti condotti alla grande, ci faceva il mazzo ben bene, mentre in partita poteva avere qualche momento di black-out. Entrando in sintonia con lui, le sue urla (ed a volte gli insulti) ti caricavano a molla ed eri pronto a buttarti nel fuoco; qualcuno invece non apprezzava quei metodi troppo bruschi (o maleducati, chiamali come vuoi) quindi scazzava di brutto ed invece di reagire scompariva dal campo. Lui però trattava tutti nello stesso modo quindi a qualcuno aumentava il rendimento (Bo ed Orsi ad esempio), ma ad altri solo il nervosismo (Amaducci e Scarlatti su tutti).

Con il senno di poi, gli rimprovero di essersi accontentato del fatto che ero un buon attaccante e di non avermi fatto fare panchina fino a quando non avessi incominciato a difendere decentemente. Correvo solo per prendere il lancio lungo ed andare in contropiede facendomi coprire dagli altri quattro che dovevano marcare anche il mio uomo perché a 17/18 anni, alla fin fine, ti godi soprattutto il tuo tabellino gonfio. Mica pensi che hai fatto cagare in tutto il resto, specie se nessuno te lo fa notare. Anzi, ti chiedi: ne ho fatti 30, c’è anche il resto? E così non migliori mai quello che ti manca.

Vinto il campionato di promozione nel 1991 c’era finalmente da fare il tanto atteso salto in serie D. La squadra era in gran parte quella passata attraverso anni di delusioni cocenti, con un buon numero di campionati naufragati in finale, con addosso l’etichetta di eterni secondi che ormai stava diventando una barzelletta. Era naturale che proprio quello stesso gruppo si togliesse la soddisfazione di giocarsi, magari con un paio di rinforzi, la propria avventura in D e che fosse andata come cazzo voleva. Invece… la società convocò tutti i giocatori chiedendo, in poche parole, se volessimo ancora Rabbolini come allenatore. Lui, naturalmente, non era stato invitato. La maggioranza fu schiacciante e dicemmo di no: volevamo un altro e venne fatto il nome di Gabutti che ci sembrava perfetto: veniva da Verbania, aveva allenato nella A svizzera quindi lo immaginavamo competente, sembrava un ottimo coach.

Aver segato Pippo è una decisione che mi fa ancora sentire un verme… non mi sono mai scusato con lui e nemmeno ne abbiamo mai parlato, forse perché parlarne me ne farebbe ancora vergognare. Quella decisione ha poi avuto delle conseguenze”.

E degli altri?

Nicoloso: era un ottimo insegnante di fondamentali, forse era troppo amico dei giocatori quindi in fase di gestione allenamento o gara qualcosa a volte poteva sfuggirgli dal controllo.

 Gabutti: non ho mai legato con lui (né lui con me naturalmente). Già avevo passato un anno in D a Verbania giocando si e no una mezz’ora ma ero giovane e poteva anche andare.

Il suo arrivo nel primo anno di D, a mio parere, è stato una bomba nel nostro ambiente così chiuso e l’ha sgretolato dal punto di vista economico e umano.

Pasquale: anni prima aveva allenato Invorio, la squadra odiata per eccellenza, quindi sembrava automatico non dovesse nemmeno mettere piede a Domo. Era un buon allenatore, sempre molto tranquillo, forse aiutato dal fatto che in squadra aveva parecchi intorno alla trentina, non certo delle teste calde. Abbiamo vinto tanto ed è stata una bella annata finita ad un passo dalla promozione in serie D (stagione 1995/1996).

Tonsi: in quell’anno abbiamo messo insieme un gruppo di vecchi amici: lui ha fatto l’allenatore-giocatore e siamo arrivati alla seconda promozione in D, pur da ripescati dopo aver perso la finale con Alpignano. Aveva grande conoscenza del basket giocato ed un carattere piuttosto forte, non si tirava certo indietro quando c’era da decidere qualcosa (stagione 1996/1997).

I Presidenti di quegli anni sono stati Negri, Contini e Prada: cosa ti ricordi di loro?

“Negri l’ho solo sfiorato nelle giovanili: si diceva che pagasse la cena alla squadra quindi era un mito assoluto.  Di Contini mi ricordo poco, pensavo solo a fare i miei punti e non mi guardavo intorno.

Prada è stato il presidente dell’anno in D… che sfiga per lui! Prima si è ritrovato ad ospitare nel suo albergo di Bognanco quei “casinari” dei nuovi acquisti (figurati 4 ragazzi sotto i vent’anni lasciati in giro come capre cosa possono combinare. Tra le altre, una sera Facchini, Monti e Fumagalli presero “in prestito” una vespa per scendere in tre, in folle e senza luci da Bognanco a Domo ad incontrare le morose. La vespa l’hanno poi lasciata vicino al ponte di Mocogna, spero che il proprietario l’abbia recuperata).

Poi si è dovuto scontrare con noi di Domo, in particolare Pisenti, Rogora, Scarlatti e me. Ci avevano accantonati malamente visto che erano arrivati i nuovi fenomeni a cui davano anche dei rimborsi, cosa inedita per il Rosmini dove si era sempre giocato gratis se non addirittura rimettendoci di tasca per le trasferte ed i pasti. Anche per ragioni di principio, ma incattiviti il giusto perché ci consideravano merce di scarto siamo andati a reclamare i nostri rimborsi spese dicendo che quell’anno, visto l’andazzo che avevano preso, o ci pagavano come gli “strangers” o non si giocava.

Alla fine ci hanno accontentato, rimanendo però convinti che avessimo tradito”.

Il quintetto ideale “dei tuoi tempi”….

basket-rosmini-1984“Del gruppo domese “storico” direi Mariola, Bendini, Pisenti, Scarlatti, Rogora. Facendo un blend di più epoche direi Fumagalli, Tonsi, Facchini, Scarlatti, Rogora”.

Il più forte del Domo con cui hai giocato?

“Ci sarebbero parecchi nomi, ma chi in assoluto dominava di più il campionato in cui giocava era Scarlatti nei suoi primi anni di promozione. Punti, rimbalzi e stoppate a valanga”.

Facevate preparazione pre-campionato? Come ? Chi la seguiva?

“L’odiata preparazione la seguiva Rabbolini ed iniziava in agosto al collegio, tra campo da calcio e palestra. Corsa, scatti, esercizi a terra, addominali e poi arrivava la palla; tieni presente che non avevamo una sala pesi a cui adesso non si potrebbe rinunciare. Vista oggi, era una roba abbastanza soft. Fatta allora mi sembrava durissima”

Come andavate in trasferta?

“Nelle giovanili c’era un furgone Ford giallo, immagino dono del presidente Negri che era il concessionario di zona. In promozione si andava con le macchine dei grandi tipo Fantoni, Pisenti, Sarain, Bo. Poi, eravamo noi i grandi e quindi con le nostre macchine”.

 La trasferta più odiata? Quella più lunga?

“Nelle giovanili il peggio era giocare a Ghemme domenica mattina alle 10 perché voleva dire trovarsi al collegio almeno alle 7.30 visto che la superstrada non esisteva. Per fortuna poi ci portavano a mangiare al Gufo Nero, una leggenda in fatto di abbondanza, e noi ci davamo dentro fino a scoppiare.

La più lunga, nella promozione che copriva la provincia di Novara, forse era Cerano però si vinceva facile quindi …”

Ricordi particolari su qualche partita fuori casa?

“Beh… in qualche palestra ci siamo lavati con la gomma da giardino, in altre non c’era nemmeno lo spazio per fare la rimessa senza toccare la riga con i piedi; in un’altra allo spogliatoio mancava una parete sostituita da un cellophane quindi ci siamo cambiati, in inverno, praticamente all’aperto.

Tra le mie performance migliori mi ricordo questa: partita juniores a Pernate, contro una squadra formata da bambini che avranno avuto 3/4 anni meno di noi. Pippo chiede a tutti di giocare per farmi segnare più possibile e ci diamo dentro visto che ne faccio tanti e vinciamo 168-17… non scherzo. Sono riuscito a prendere un tecnico per proteste. E, purtroppo, non scherzo neanche adesso.”

C’è tanto altro fra i racconti di Davide Drutto, ma non vogliamo bruciarci tutto adesso… c’è un libro che sta nascendo dove il più grande talento offensivo della storia del Basket Rosmini troverà lo spazio che merita per quanto ha saputo emozionare i tifosi domesi.

 Davide Drutto: una delle leggende del Domo.

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