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PIPPO RABBOLINI: UNA VITA NELLA BURRASCA

Lo dico subito… Pippo Rabbolini è un uomo che non conosce la scala di grigi: o bianco o nero. E chi si approccia a lui, chi con lui ha lavorato o ha sudato in campo o lo ama o lo odia. Concetto forse esasperato, ma Pippo è così.

Di Pippo Rabbolini ho un ricordo nitido, magari insignificante, ma è il primo che mi viene in mente pensando a lui; estate di tantissimi anni fa al campetto delle scuole medie Giovanni XXIII; ci si trovava lì praticamente ogni sera, intorno alle 18. Vecchi e giovani, forti e scarsi. Pippo spesso assisteva agli infiniti tornei in cui la squadra che vinceva rimaneva in campo a sfidare le altre. A volte le squadre erano anche una decina… autogestite dai più vecchi che con un bel “bim, bum, bam” iniziale iniziavano a scegliere i giocatori ed a comporre rose spesso improponibili.

Venivano scelti prima i più forti e poi via via si arrivava ai più scarsi… io ero quasi sempre nel mezzo, non tanto per le mie capacità, quanto per il rapporto confidenziale e di amicizia che avevo con molti dei “capitani” improvvisati.

Una sera la “mia” squadra iniziò ad inanellare una serie di vittorie infinite e Pippo partì a bordo campo con una disanima tecnica sul perché vincessimo noi che non eravamo “sulla carta” la squadra più forte; “sulla carta non si vince nulla, contano il cuore e l’organizzazione” è la sintesi del concetto che espresse con veemenza sgridando alcuni dei suoi “cocchi”. Già… perché Pippo aveva delle preferenze ed era risaputo ed io non lo ero mai stato al punto che all’inizio di ogni stagione esultavo nel vedere che la mia squadra giovanile si ritrovava sempre con un allenatore diverso da lui.

Un caso? Direi proprio di no…. Pippo ha sempre amato iniziare ad insegnare la pallacanestro ai più piccoli seguendo poi la loro crescita fino alle porte della prima squadra: amava plasmare i giocatori prendendoli “acerbi” e dando loro l’impronta che riteneva essere quella giusta. In momenti di massima arroganza tecnica riteneva quell’impronta l’unica possibile.

Da ragazzo mi ha sempre intimorito con i suoi modi spesso bruschi e con la sua severità… poi crescendo ho imparato a conoscerlo e ad apprezzare il suo amore smisurato per questo sport. Ho imparato a capirlo ed ho imparato a cogliere l’uomo celato spesso dietro una corazza molto spigolosa.

Oggi credo ci sia stima reciproca ed il fatto che mi abbia raggiunto nel mio ufficio per chiacchierare due ore di basket dovrebbe esserne la prova. Oggi per me Pippo lontano dal campo e da una panchina è una sorta di bestemmia… perché lui è veramente uno che ha dato tanto ed è senza ombra di dubbio un uomo chiave nella quarantennale storia del Basket Rosmini.

Lo incontro appunto nel mio ufficio e sulla questione dei suoi “prediletti” Pippo ha subito sgombrato il campo: “non avevo prediletti o cocchi, ma avevo degli amici, quasi coetanei, con i quali sono cresciuto cestisticamente e che mi hanno aiutato a crescere; io del 1954, Mariola e Pisenti del ’55 per citare due “senatori”. Con loro diventava difficile mantenere il distacco che forse sarebbe stato più opportuno. Eravamo una squadra, in alcuni frangenti un vero e proprio branco”.

Quando parla di quei tempi, e non è una frase fatta, i suoi occhi brillano; “abbiamo forse vinto meno di quello che meritavamo e mi assumo molte responsabilità… quell’amicizia è stato forse un limite e quella squadra mitica peccava di emotività, ma non la cambierei con niente al mondo”.

Quella squadra era costituita da veri e propri “totem” che per più di dieci anni hanno calcato i campi del Piemonte con la nomea della squadra dura ed eterna seconda: “abbiamo perso tanti campionati… con Omegna che già aveva in rosa gente di fuori come i due Bogani, con il Verbania di Billo Gabutti che credo stia ancora godendo e con Invorio… questa è indimenticabile: a cinque secondi dalla fine siamo a più uno e Orsi ha in mano la palla per fare una rimessa; rimessa sbagliata, palla in mano agli avversari, canestro e perso di uno… una maledizione!”

Poi è arrivata finalmente la promozione del 1990/1991: “quella partita sapevo l’avremmo vinta, me lo sentivo… feci qualche errore anche lì… come tenere in campo un giovane per troppo tempo nonostante fosse evidente che stesse giocando male; ci pensò Pisenti a rimettermi sulla strada giusta… mi si avvicinò in panchina e mi disse <<adesso entro io>>…. “

Ottenuta la storica promozione accade qualcosa di poco comprensibile per i tifosi di allora… per la prima stagione di serie D in panchina non c’è Pippo Rabbolini, ma Emilio Gabutti.

Davide Drutto racconta così la questione: Vinto il campionato di promozione nel 1991 c’era finalmente da fare il tanto atteso salto in serie D. La squadra era in gran parte quella passata attraverso anni di delusioni cocenti, con un buon numero di campionati naufragati in finale, con addosso l’etichetta di eterni secondi che ormai stava diventando una barzelletta. Era naturale che proprio quello stesso gruppo si togliesse la soddisfazione di giocarsi, magari con un paio di rinforzi, la propria avventura in D e che fosse andata come cazzo voleva. Invece… la società convocò tutti i giocatori chiedendo, in poche parole, se volessimo ancora Rabbolini come allenatore. Lui, naturalmente, non era stato invitato. La maggioranza fu schiacciante e dicemmo di no: volevamo un altro e venne fatto il nome di Gabutti che ci sembrava perfetto: veniva da Verbania, aveva allenato nella A svizzera quindi lo immaginavamo competente, sembrava un ottimo coach.

 La chiave di lettura di Pippo sulla questione è ben diversa… “ho scoperto della riunione segreta leggendo il vostro sito e le tue anticipazioni del libro, ma io in serie D non avrei potuto allenare; mi allontanai dalla società per questioni professionali… avevo appena aperto una palestra e non sarei riuscito a seguire la squadra in una categoria superiore”.

Probabilmente due verità che hanno portato per strade diverse alla stessa meta.

Dalla fine della stagione 1991 Pippo scompare dai radar del Rosmini per una decina di anni; ritorna nel 2000/2001 ed allena un gruppo composto da MAFFIOLI, BASSI, LEONARDI, PREVIDI, BELLONE, RABAGLIA, ROGORA, VALMAGGIA M., VALMAGGIA A., SARAIN e CE’. A stagione in corso arriva Lorenzini da Verbania che approda a Domo giusto in tempo per giocare il derby con la Polisportiva Verbania allenata dal compianto Beppe Ramenghi; derby stravinto 117 a 54.

Vittoria del campionato e promozione in serie D: arrivano a rinforzare la rosa Carletto Orsi, Oreste Realini, Marco Tamini e Max Castiglia ed il Rosmini vince un secondo Campionato accedendo alla serie C2.

Quella squadra era formidabile – ricorda Pippo -; giochiamo nei play off contro Torino, squadra fortissima composta dai giovani dell’Auxilium ed alla bella arriviamo all’intervallo sotto di 10 punti e con una situazione falli molto critica (Castiglia e Realini con tre falli); negli spogliatoi annuncio ai ragazzi che si giocherà a zona e cerco di guidare la riscossa…. Rientrati in campo, durante il riscaldamento, Castiglia è seduto in panca: mi avvicino a lui, gli prendo la testa fra le mai e guardandolo fisso gli dico <<Max questa me la devi vincere>>… inizia il secondo tempo e Castiglia è una furia, è dappertutto. Da centro nella difesa 2-3 aiuta tutti, stoppa, prende rimbalzi e si fa anche qualche coast to coast chiuso con canestro e fallo. L’asse Tamini-Castiglia diventa dominante e vinciamo la partita”.

A fine stagione Rabbolini viene esonerato e la squadra passerà a Citrini, suo assistente; sul perché sia andata così Pippo ha una risposta che la dice lunga su di lui: “…perché stare con me per tanti anni è impossibile… con il senno di poi avrei forse preso in maniera diversa certe situazioni, ma io stavo sempre nel mare in burrasca… la calma piatta non faceva per me”.

 Grandi amori e grandi strappi… mai mezze misure.

E nella burrasca viveva quotidianamente allenando i giovani: “è nella burrasca che si vede chi riesce a stare a galla, è nella burrasca che puoi chiedere di più: ho avuto squadre giovanili fortissime e volevo tutti contro; la squadra dei vari Bassi, Gabutti Mario, Prada, ecc. non ne poteva più di me… credo che in molti mi odiassero. Ma in quelle condizioni ho visto una delle migliori pallacanestro della mia carriera”.

 Ma torniamo agli albori; come inizia l’avventura di Pippo Rabbolini nella pallacanestro?

“Se penso agli inizi le prime immagini che mi arrivano sono datate 1964… andavo a vedere le partite della Tecnigomma nella piccola palestra delle scuole Marchioni perché ci giocava mio cugino. Stavo nella balconata e mi innamorai di questo sport che allora era ben altra cosa rispetto ad oggi. Giocatori rigorosamente a zona, gioco lentissimo, penetrazioni rarissime. Ricordo come se fosse ieri la precisione chirurgica al tiro di Suini (che diventerà poi campione nelle bocce…. E qualche attinenza è evidente rispetto alla mira) e le penetrazioni di Pagliano, il terzo dei fratelli che credo facesse il pittore: allora l’uno contro uno era una rarità.

In quella squadra anche Pino e Massimo Polli, Zaniroli e Bianchi….”

Università e poi appare il tuo nome nel Consiglio della U.S. Basket Ford Negri Rosmini fondata nel 1978. Bartolomeo Negri Presidente, Don Elio Silvi vice, G.Luigi Pelutti segretario, Don Giuseppe Bonacina direttore responsabile e Donato cataldo direttore tecnico; Rabbolini è nel Consiglio insieme ad altri…

“In realtà non ho mai partecipato in quegli anni all’attività societaria fuori dal campo… fui inserito nel Consiglio perché in quell’anno iniziai ad allenare le giovanili; erano tempi veramente diversi rispetto ad oggi… i ragazzi arrivavano in palestra a 12/13 anni e si dovevano bruciare i tempi per formarli. Fortunatamente in quegli anni alla fine degli allenamenti “ufficiali” quasi tutti i ragazzi proseguivano a giocare nei campetti esterni del Rosmini… allora la passione per la pallacanestro era totale.

Il gruppo che ho cresciuto e che mi ha dato più soddisfazioni era formato, tra gli altri, da Comaita, Iaria, Rogora, Tomà, Orsi, Pelutti, Guazzoni, Trischetti, Cento ed Ambroso”.

 Erano gli anni del pulmino guidato da Pippo, delle trasferte infinite in un tempo in cui l’autostrada non esisteva e di un Rosmini che era visto da molte società come una squadra raffazzonata, di montagnini.

“E’ vero! Eravamo quasi derisi in alcuni campi… soprattutto a Borgomanero dove se la tiravano alla grande. Con quel gruppo andammo un anno a Borgomanero, con loro in testa alla classifica… sotto di trenta e ad un minuto dalla fine mi metto a contestare l’arbitro per una infrazione di passi; il coach avversario mi si avvicina e con fare superiore mi dice: <<ma perché invece di lamentarti e fare casino non insegni a giocare ai tuoi ragazzi?>>

La frase mi rimbomba ancora in testa e la comunico a fine gara (strapersa ovviamente) nello spogliatoio.

Da quel giorno è scattato qualcosa che non posso non definire ferocia; in tutti gli allenamenti aleggiava quella frase. L’anno dopo torniamo a Borgomanero e li suoniamo alla grande… sia all’andata che al ritorno.”

 Di quella squadra Pippo Rabbolini ricorda Comaita, un ragazzo di cui avrò modo di parlare in seguito, scomparso a 18 anni per un brutto male: “Comaita era un fenomeno; faceva solo cose difficili imparate guardando il suo idolo Magic Johnson.. non ho mai più visto nessuno che avesse quel ball handling ed è stato il primo cui ho visto  fare passaggi no look… ricordo benissimo che mi sfidava con lo sguardo quando faceva uno dei suoi numeri… sapeva che se l’avesse sbagliato sarei esploso in rimproveri, ma sbagliava veramente poco.

Odiava la preparazione atletica e quando durante una seduta sul campo di calcio del Rosmini iniziò a dirmi <<pvof (aveva la erre moscia…)… mi fa male il ginocchio>> pensai fosse uno dei suoi modi per cercare di evitare la fatica… capimmo ben presto che non era così. Comaita sarebbe morto due anni dopo, a 18 anni, dopo un intervento chirurgico a Bologna che non riuscì a fermare un brutto tumore. Lui sarebbe diventato un giocatore super ed il suo ricordo è ancora vivo”.

Ma di quella squadra ricorda anche un altro talento: “Tomà era un altro giocatore fortissimo: il suo habitat naturale era la linea di fondo dalla quale faceva veramente male; grande tecnica e grande cattiveria agonistica.. rivedevo in lui Premier, uno dei pilastri della Milano di Dan Peterson.”

Nella stagione 1983/1984 – Campionato di Promozione – fra le cronache locali si trova un episodio curioso: il 19/04/1984 Eco Risveglio riporta il risultato di Rosmini – Pernate (111 – 65), giocata a porte chiuse! La causa va ricercata nella partita precedente con Cameri; riportano le cronache: “con una decisione arbitrale veramente assurda l’incontro tra Rosmini e Cameri veniva sospeso a circa metà del secondo tempo. All’inizio del secondo tempo l’allenatore Rabbolini veniva espulso; una espulsione del tutto immotivata ed inconcepibile come d’altronde la sospensione del match. Il fatto determinate era causato dall’entrata in campo di Rabbolini, già espulso, che tentava di aggredire un giocatore del Cameri reo di un fallaccio su Tomà…”

Pippo la ricorda così: “era una di quelle partite di fine Campionato che ho sempre odiato: noi salvi, ma matematicamente fuori dai play off e clima da gita fuori porta; in quesi casi il pepe cercavo di metterlo io per alzare la tensione e richiamare tutti alla massima concentrazione; non sopportavo le partite troppo rilassate. Vengo espulso per proteste e appena uscito vedo un avversario che cerca di fermare Tomà lanciato in contropiede prima con una spinta verso le tribune del Rosmini e poi con uno sgambetto… non ci vedo più e torno in campo per fare giustizia! Non vi dico il casino!”

Stiamo parlando di altri tempi e di un approccio alla pallacanestro che Pippo ha sempre vissuto al limite: “quando portavo i giovani in trasferta sul furgone della società non si fiatava… li volevo concentrati! E così anche al ritorno nel caso di sconfitta…”

E le trasferte erano veri e propri viaggi; parliamo di anni in cui l’autostrada era un miraggio e muoversi era veramente un’impresa. Parliamo di un tempo in cui internet non esisteva, non esistevano i cellulari e la TV aveva sei canali; era difficile anche aggiornarsi:

“io sono stato un autodidatta al 100% – racconta ancora Pippo -: quando trasmettevano partite in televisione mi mettevo a filmarle con la mia telecamera per poi guardarle  e riguardarle; da lì prendevo gli schemi ed i giochi e da lì coglievo i movimenti dei giocatori più forti che cercavo poi di far ripetere ai miei ragazzi. Ho letto e continuo a legger tanto… Taurisano, Peterson, Gamba, Bianchini… anche oggi guardo tantissime gare comprese quelle della Vinavil Cipir di serie B che mi sono riguardato più volte. Con mio figlio Edoardo all’Armani Milano mi capita di guardare anche partite alle quali Edo mi invita per avere mie opinioni su questo o quel ragazzo… lo scouting ci ha unito e spesso è il nostro modo per dialogare”.

Tornando agli anni d’oro va sottolineato che si sta parlando di tempi in cui ci si allenava al freddo: “allenamenti di due ore filate perché fermarsi voleva dire rischiare di ammalarsi! Al Rosmini non erano ancora arrivati i termoconvettori. Ricordo che Mariola addirittura giocava con due tute! Ma nonostante quello i ragazzi di allora avevano una dedizione unica; quella squadra di Promozione con i vari Mariola, Pisenti, Fantoni, Scarlatti, Bo, ecc. era formata da dieci giocatori; ed in dieci ci si allenava sempre perché l’assenza di uno avrebbe compromesso la partita di fine allenamento… e non erano partitelle, ma veri e propri derby! Quei ragazzi erano magnifici e con loro, come già detto, c’era una sintonia ed un’amicizia. Ricordo le trasferte a Novara: si giocava al mattino alle 10.30 e la partenza da Domo era fissata alle 7.30! a fine gara la pausa pranzo nel rientro era d’obbligo e ci fermavamo al Ristorante San Giovanni a Cresta; era un ristorante in cui si svolgevano i banchetti matrimoniali e noi ci trovavamo spesso aggregati agli invitati… mangiavamo con loro e partiva lo show di Fantoni che in pochi minuti diventava e si atteggiava come il migliore amico degli sposi, balli compresi. Uno spettacolo. Era un gruppo goliardico, legato da amicizia e profonda stima; era un gruppo in cui tutti si aiutavano”.

Dopo l’esonero del 2002 Pippo rimane lontano dalla prima squadra per anni… viene richiamato nel 2008/2009 – serie C2 –. Se ne va Real Vorfa (a Verbania) ed arriva Schifano. “Fu una scelta mia e forse non fu proprio azzeccatissima… con Schifano il rapporto non ingranò mai ed i suoi limiti difensivi diventarono un problema.” Pivot un ex nazionale uruguagio, Marco Carvalho.

Cosa ti ricordi di Carvalho? Lui di te parla così: “​“Prima di tutto rispondo come persona: è stato molto buono con me, ha aperto le porte della sua casa per la mia famiglia. Come allenatore aveva grandissima esperienza (ha trascorso molto tempo come scrive Marco…nda) ed era molto convinto di quello che faceva; ha voluto il meglio per ognuno dei suoi giocatori. Veramente è stata una bella stagione: abbiamo perso in finale contro una grande squadra, ma alla fine siamo stati comunque promossi in C1; mi ricordo di un paio di partite molto importanti dove vincemmo: nello spogliatoio Pippo Rabbolini gridava ed era contento come un bambino!.”

“Carvalho era un grande giocatore ed un grande uomo. Mi preoccupai parecchio al suo arrivo… zoppicava un po’ e sembrava spaesato. I primi allenamenti e le prime amichevoli erano state quasi imbarazzanti al punto che chiamai Deslex per dirgli che non mi convinceva. Poi arrivò una trasferta di Coppa Piemonte ad Aosta, avversario ostico di quegli anni. Carvalho, Tamini e Maffioli non la smettevano mai! Annichilirono gli avversari e Carvalho fece una grandissima partita. Dopo la gara entrai negli spogliatoi urlando <<impresa epica!!>>. Da li l’uruguagio divenne fondamentale… grande intelligenza cestistica e grande sacrificio.”

Quell’anno giocava in C2 un certo Peter Naumosky…. Ti ricordi qualcosa di lui?

“Naumosky aveva vinto tutto, ma non si atteggiava. Era uno che stava con la squadra, che credeva nella disciplina dello spogliatoio… umile e mai sopra le righe nonostante potesse stare su di un piedistallo. Sapeva stare nel gruppo… ricordo che alla fine delle partite venne a complimentarsi perché avevamo venduto cara la pelle e giocato molto bene. Un numero uno. In quella nostra squadra – prosegue Pippo – c’erano grandissimi giocatori; e forse con Tamini ho sbagliato tarpandogli troppo le ali… oggi se devo indicare un leader ed uno che ha contribuito a far crescere il movimento cestistico a Domo e molti dei ragazzini di quegli anni penso proprio a Marco… grande capitano”.

Marco Iaria ti racconta così: “nelle giovanili Pippo è stato un grandissimo motivatore; è questa la caratteristica che lo distingueva e che ci consentiva di andare in piazze ben più importanti ed organizzate di noi (ricordo quando andavamo ad Omegna… loro perfetti, con divisa completa e noi che sembravamo degli scappati da casa!) e di uscirne vincitori. Se devo proprio trovargli un difetto potrei dire che si <<innamorava>> un po’ troppo di alcuni giocatori ed entrare nelle rotazioni per i non eletti era davvero dura… ma Pippo è stato un top; credo che come allenatore abbia vinto molto meno di quello che meritasse”. Ci voleva bene… ricordo quando con la sua Fiat 127 bianca portò me, Trischetti, Comaita e Pelutti ad un importante camp a Salsomaggiore con gente come Richardson.. indimenticabile”.

Mentre Zanola dice “Pippo era un grande! un maestro appassionato ed appassionante! Duro e massiccio come doveva essere un allenatore all’epoca”.

Quel tuo essere un duro con i ragazzi è una costante dei racconti di molti, come una costante è il buon ricordo che hai lasciato… “in fondo ci voleva bene” è la conclusione di molti ricordi riferiti a te;

“Ero un cagnaccio con i ragazzi, ma li ho sempre considerati come figli… anzi… se devo proprio riconoscermi un altro difetto è stato proprio che i miei due figli li trattavo in maniera ancor più severa rispetto agli altri. Sono stato pesante ed eccessivo con loro ed è giusto riconoscerlo. Nei miei anni di allenatore delle giovanili sono stato burbero e spesso ho forzato la mano per ottenere il massimo, ma il fine ultimo era cercare di trasmettere ai ragazzi voglia, amore e passione… e forse in molti casi ci sono riuscito.”

E per concludere ho provato a fare il giochino del quintetto base ideale con Pippo, ma senza successo: “non puoi chiedermi questo… “ alla fine è emersa una sintesi che è forse ancor più significativa… una suddivisione per caratteristiche che evidenzia il “Rabbolini pensiero” in maniera efficace:

“I miei top li posso dividere in questo modo, senza voler far torto a nessuno e solo perché mi hai scassato i maroni sui nomi: per qualità umane Tamini e Mariola, per tecnica individuale Maffioli e Comaita, per temperamento e dedizione al lavoro Bo e Oreste Realini, che secondo me è <<il Bo degli anni Novanta>>, per doti fisiche ed atletiche Loris Sarain, per completezza e duttilità Pisenti, per senso tattico Mariola, per cattiveria agonistica Tomà e Castiglia e per coordinazione e controllo del corpo Drutto. In tutte le categorie aggiungici pure Simone Cerutti… per me un ragazzo eccezionale.”

Ho estorto a Pippo dei “mini-ritratti” dei ragazzi di quella mitica squadra… li sintetizzo di seguito perché se è vero che ritengo Pippo uno degli uomini chiave nella storia del basket Rosmini è altrettanto vero che Pippo era il capobranco di un gruppo che ha segnato in maniera indelebile decine di stagioni.

PISENTI MAURO

E’ stato per 10 anni il TOTEM del basket. Aveva iniziato dal campetto dell’oratorio per poi venire chiamato nella squadra del collegio, dove ha affinato la tecnica sotto la guida del coach Nico Messina.  Dotato di grande carisma ha insegnato ai compagni oltre alla tecnica anche le tante malizie di cui era un vero fuoriclasse. Pisu era “il” giocatore versatile e sapeva ricoprire tutti i ruoli; conosceva perfettamente il gioco e leggeva le situazioni tattiche con precisione assoluta… di carattere “fumantino” era sempre pronto all’esplosione. Con Mariola formava una coppia unica ed inscindibile.

MARIOLA SILVANO

Mariola era un computer; un play vecchia maniera che si ispirava ad Aldo Ossola, grande interprete nel ruolo di play maker che militava nell’ Ignis Varese degli anni 70. Giocatore poco spettacolare, ma di tanta sostanza era dotato di grande senso tattico e riusciva a mettere i compagni in ritmo per facilitarne le conclusioni. Secondo il mio giudizio il migliore giocatore delle “minor” per affrontare le difese schierate a zona. Uomo vero, si discuteva spesso di tattiche di gioco… erano “costruttive discussioni” che portavano alla fine ad un compromesso accettato da entrambi e soprattutto accettato dalla squadra.

FANTONI FRANCO

Fantoni “Frank” era il terzo componente della triade dei “vecchi” di quella meravigliosa squadra. Personaggio goliardico, dalla battuta sempre pronta; con lui le trasferte spesso si trasformavano in scene comiche stile “amici miei”. Contropiedista nato, appena la squadra avversaria concludeva lui correva nella metà campo offensiva e aspettava il lancio dei compagni che spesso senza guardare passavano la palla avanti perchè già sapevano di trovarlo appostato per concludere in completa libertà. Guardia di 185 cm per 110 kg lanciato in contropiede era un treno in corsa, puntava l’avversario e lascio immaginare cosa poteva succedere se il malcapitato si parava davanti al mitico Frank.

SARAIN LORIS

Sarain detto “Loris”… nome di battesimo Achille e mai nome fu più azzeccato. Il guerriero, dotato di un fisico pazzesco oggi verrebbe definito atleta verticale. Era dotato di una stacco da fermo impressionante; sebbene non altissimo riusciva a schiacciare da fermo a due mani e per quei tempi era veramente tanta roba! Se si considerano le scarpe di un tempo e i terreni di linoleum che certo non favorivano l’elevazione. Sono sicuro che se Loris avesse praticato atletica leggera sarebbe diventato un decatleta di livello nazionale. Lo utilizzavo come “specialista” per rimbalzi, blocchi, conclusioni in contropiede e soprattutto nei momenti della partita dove il gioco diventava “diciamo ai limiti della legalità”…. bastava la sua presenza per far capire agli avversari che non era il caso di andare oltre. La sua passione e la sua dedizione lo ha spinto a  giocare oltre i 40 anni ed ancora oggi questa passione la mette nel seguire i ragazzi della Cestistica.

RENATO BO

Renato era il Maison Rocca degli anni ’80: duro e forte prendeva e mollava “tranvate” pazzesche senza cambiare espressione del viso e senza mai e dico mai fare un passo indietro. Giocatore generoso: se c’era del lavoro sporco da fare ecco che entrava in azione consapevole e orgoglioso del suo ruolo; un giocatore per me fondamentale… a lui potevo chiedere qualsiasi cosa  sicuro che non mi avrebbe detto mai e poi mai di no.

MASSIMO SCARLATTI

Come spesso accadeva a quei tempi i ragazzi arrivavano da noi intorno ai 16 anni quindi senza aver percorso la trafila delle giovanili: avevano però tanta fame di apprendere e si mettevano a totale disposizione stimolando anche noi al massimo impegno per recuperare il tempo perduto. Questo è successo anche a Max: l’apprendimento è stato veloce grazie al suo talento naturale, alla predisposizione al lavoro ed alla completa dedizione nell’ascoltare  i consigli che gli venivano dati. In breve tempo venne inserito in prima squadra e di lì a poco ne divenne un punto di forza. Giocatore tecnico… forse un pò troppo per quei tempi dove non si usava tanto il fioretto ma la clava, iniziava a reagire dopo aver incassato qualche colpo di troppo.

 BAROZZI

Detto “Baroz”…. cominciò a giocare a basket a 20 anni dopo aver praticato calcio nel Villa. Lungo solido, di posizione, non veloce, ma sapeva usare bene il fisico e prendere vantaggio sull’ avversario. Giocatore duro, ma estremamente corretto; una persona apprezzata da tutti per la sua bontà e la sua capacità di tenere unito il gruppo con le sue qualità morali.

SANDRO TOMA’

Fa parte di quella schiera di giocatori che “sentono” in maniera naturale il ruolo e la posizione da occupare sul campo. Lui aveva scelto di giocare lungo la linea di fondo. Un’ ala piccola strepitosa completo nei fondamentali frontali e ricco anche di movimenti spalle a canestro. Fisicamente dotato esordì a soli 15 anni in prima squadra. Agonisticamente “cattivo” arrivava al limite del consentito e dovevamo spesso intervenire per fermarlo perché se partiva la combinava grossa. Smise di giocare dopo la maturità… forse troppo presto. Se avesse continuato sarebbe arrivato certamente a livelli superiori.

ALESSIO ROGORA

Rogora Alessio è stato un prodotto del nostro vivaio; talento assoluto e dotato di classe cristallina era un 4 moderno, veloce, atletico, con una discreta mano. Esordì prestissimo in prima squadra con un ruolo subito importante. Giocò in maniera continuativa per solo 3 anni, poi per motivi di lavoro dovette smettere.  Ritornò e grazie anche al suo contributo vincemmo per la seconda volta il campionato di promozione. Fa parte di quei ragazzi indimenticabili del “67” che tante soddisfazioni diedero al Rosmini basket.

DAVIDE DRUTTO

Drutto Davide era persona corretta ed equilibrata dentro e fuori dal campo con alle spalle due splendidi genitori papà Mario e Mamma Jone (papà Mario ricoprì per alcuni anni la carica di presidente della società) che ci accompagnavano sempre nelle trasferte ed erano un esempio di comportamento corretto. Davide era croce e delizia: attaccante formidabile che non ha terminato una partita sotto la doppia cifra sia a livello giovanile che senior. Dotato di un repertorio tecnico invidiabile per fermarlo gli avversari erano costretti al fallo o per limitarlo dovevano schierarsi a zona. La difesa per lui era una pausa per recuperare le energie fisiche e mentali per poi scatenarsi nell’azione offensiva.

ORAZIO BENDINI

Orazio arrivò in collegio per terminare gli studi di ragioneria e per noi fu manna piovuta dal cielo; a quei tempi il nostro roster era limitato e il “toscano” non solo era uno in più, ma come giocatore ci dava tanto. Ala piccola dai movimenti essenziali, tiratore puro e come tutti i giocatori con quella caratteristica a volte bisognava giocare con un secondo pallone perché uno era solo per lui. Rimase con noi solo 3 anni; un simpatico cavallo pazzo incontenibile per esuberanza dialettica e per le molte marachelle che combinava all’ interno del collegio. La sua voglia di vivere, la sua coinvolgente estrosità fu purtroppo spazzata via da un terribile incidente d’auto. Il suo sorriso e le sue battute sagaci rimarranno sempre nei nostri cuori.

CARLO ORSI

Carletto è stato con me 8 anni… tutta la trafila delle giovanili e anche l’esordio in prima squadra a 16 anni.  Consapevole dei propri limiti tecnici lavorava il doppio degli altri. L’impegno e la determinazione lo ha portato a conseguire risultati eccellenti, militando sino alla C1. Ragazzo intelligente sapeva gestire lo spogliatoio e risolvere i contrasti che nascevano riportando alla ragione il gruppo.

Signore e signori…. ecco Pippo Rabbolini. E’ cambiato con gli anni, è diventato più riflessivo ed ha fatto molta autocritica… non è cambiata la sua passione… nel suo sangue scorre la pallacanestro ed il Rosmini.

4 Risposte

  1. Ivan Solimini

    Un grande. Prof di ginnastica e allenatore di basket. E ci portava pure a sciare il mercoledì.
    Grazie Rabbo, gran bei ricordi. Peccato essere andato via da Domo a 15 anni

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