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MAURO PISENTI: IL GIOCATORE TOTALE

Rogora, con Citrini, Sarain e Pisenti

Di Pisenti si parla spesso nella storia del Basket Rosmini: “Pisu” è stato uno dei senatori, uno dei leader storici di questa società.

Lui ha certamente scritto una pagina importate: personaggio dal carattere “particolare” poteva apparire antipatico e distaccato a chi, come me, viveva il mondo del Rosmini dalle giovanili guardando alla prima squadra come un bimbo che guarda i regali sotto l’albero.

Non dava confidenza e faceva pesare il suo ruolo, ma se riuscivi ad abbattere la diffidenza o il distacco iniziale scoprivi un ragazzo/uomo brillante.

Emilio Gabutti l’ha scelto come uomo simbolo, come il più forte della storia del Domo e la spiegazione arriva dalla descrizione di lui fatta da Pippo Rabbolini, suo allenatore/amico:

Pisu è’ stato per 10 anni il totem del basket. Aveva iniziato nel campetto dell’oratorio per poi venire chiamato nella squadra del collegio, dove ha affinato la tecnica sotto la guida del coach Nico Messina.”

Già… anche Mauro, come Fantoni, Mariola ed altri è stato reclutato sul campetto del centro famigliare, il vero “playground” di allora; la leggenda narra che sia stato Moreno Nicoloso a fare quello che un giorno sarebbe diventato lo “scouting”, portando i ragazzi dell’oratorio nel tempio della pallacanetsro, il Collegio Rosmini.

Dotato di grande carisma ha insegnato ai compagni oltre alla tecnica anche le tante malizie di cui era un vero fuoriclasse. Perché “Pisu” era uno che sapeva come intimorire l’avversario senza che l’arbitro vedesse, che sapeva come usare i gomiti, che sapeva far valere le sue doti da leader.

“Pisu era “il” giocatore versatile e sapeva ricoprire tutti i ruoli; conosceva perfettamente il gioco e leggeva le situazioni tattiche con precisione assoluta – prosegue Rabbolini-; di carattere “fumantino” era sempre pronto all’esplosione. Con Mariola formava una coppia unica ed inscindibile”.

Un giocatore totale: in tanti ricordano la sua capacità di giocare in tutti i ruoli.

Era capace di prendere rimbalzo in difesa con un taglia fuori imponente, di partire in palleggio da vero playmaker avviando l’azione e di chiuderla segnando da pivot con movimenti spalle a canestro ed utilizzo del piede perno rari in quel tempo.

Alto, ma rapido per quei tempi, ma soprattutto elegante: ricordo che sulle tribunette di legno della palestra del Rosmini rimanevo ammaliato da quei movimenti precisi, puliti, da quel controllo del corpo anche nel “traffico” che lo facevano emergere stilisticamente in ogni gara.

E ricordo che non le mandava a dire… con avversari, compagni, allenatore e, a volte, anche pubblico.

Un capitano di quelli che hanno segnato i primi quarant’anni del Domo ed un giocatore che non avrebbe sfigurato nemmeno nel basket moderno… perché dava del tu al pallone, conosceva e leggeva la pallacanestro e, soprattutto, non aveva paura di niente.

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